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La gip Elisa Campagna ha rigettato tutte le misure cautelari chieste dalla Procura di Genova di cui due in carcere e cin...
19/06/2026

La gip Elisa Campagna ha rigettato tutte le misure cautelari chieste dalla Procura di Genova di cui due in carcere e cinque ai domiciliari per i pubblici ufficiali e gli imprenditori coinvolti nell’inchiesta sugli appalti in Questura in cambio di regali. I sette erano stati perquisiti nell’ottobre del 2024. La richiesta fatta dalla pm Patrizia Petruzziello risale al settembre dell’anno scorso ma solo a fine maggio 2026 sono stati fissati gli interrogatori preventivi.

Per la giudice non ci sono più le esigenze cautelari. Nel frattempo infatti il principale indagato, Fernando Colangelo (difeso da Antonio Rubino), ex dirigente della Questura di Genova e poi della Prefettura, è andato in pensione e il suo collaboratore Mario Arado (difeso da Claudio Zadra) è stato trasferito alla Questura di Savona ad andrà anche lui in pensione tra pochi mesi. Per questo per la gip “la rete criminosa è venuta meno” e non esiste più il concreto e attuale rischio di reiterazione del reato.

“Non basta andare in ospedale a farsi fare le foto quando qualche poliziotto viene ferito, vogliamo delle prove concrete...
19/06/2026

“Non basta andare in ospedale a farsi fare le foto quando qualche poliziotto viene ferito, vogliamo delle prove concrete della vicinanza dal governo, dal rinnovo contrattuale all’istituzione della previdenza dedicata”. A dirlo sono le donne e gli uomini in divisa del Silp Cgil che hanno manifestato in tutta Italia per richiamare l’attenzione del governo e dell’opinione pubblica sulla grave situazione che sta interessando il comparto Sicurezza e Difesa. Due le questioni al centro della protesta: il rinnovo del contratto e l’istituzione di una previdenza dedicata per il personale del comparto.

Il sindacato denuncia quello che definisce un vero e proprio “contratto beffa” per il triennio 2025-2027. “Anche questa volta le risorse messe a disposizione sono estremamente scarse – racconta al fattoquotidiano.it il segretario Silp Cgil di Milano Pietro Randazzo – siamo di fronte a un’inflazione che ha abbondantemente superato la doppia cifra mentre le cifre stimate per il rinnovo del contratto vanno a coprire forse un terzo di quella che è l’inflazione reale”. Il risultato è una riduzione concreta del reddito disponibile per migliaia di lavoratrici e lavoratori del comparto. Una situazione che è aggravata nei grandi centri come Milano dove il carovita erode il potere d’acquisto delle persone in divisa.

E poi c’è il tema degli organici: “Siamo sempre di meno – spiega Randazzo – l’età media continua a salire, in molte realtà si fa fatica a garantire tutti quanti i servizi, c’è un ricorso straordinario che è spropositato, straordinari che tra l’altro oltre ad essere pagati meno del loro ordinaria vengono pagati anche con anni di ritardo”. Negli ultimi anni “c’è stata una generazione che è andata in pensione” e le nuove assunzioni “non bastano a garantire e a ricoprire le persone che sono andate in pensione”. Una situazione che dura da decenni. “Non si capisce perché il governo debba negare questa cosa, anche perché questo problema non è imputabile solo a questo governo ma anche ai precedenti perché per anni non si sono stati fatti concorsi pubblici, per cui continuare a mentire dicendo che arrivano rinforzi che si incrementano gli organici non ha nessun senso – aggiunge il segretario generale Silp Cgil Lombardia Daniele Bena – i concorsi che vengono fatti sono insufficienti a garantire anche solo la copertura dei posti di chi va in pensione ma si sono abbreviati anche i tempi di formazione. Questo vuol dire che dopo 3-4 mesi di corso abbiamo giovani poliziotti che possono fare il capopattuglia e questo è un calo di professionalità preoccupante al quale si aggiunge il fatto che il nostro è un lavoro che si apprende anche sulla strada grazie all’esperienza con i più anziani che facevano da maestri. Ma oggi quella generazione è andata in pensione dunque quel tipo di insegnamento viene meno”.

BUONGIORNO
19/06/2026

BUONGIORNO

Una tragedia ha scosso Catanzaro Lido. Un agente della Polizia di Stato di 49 anni, in servizio al Commissariato del qua...
18/06/2026

Una tragedia ha scosso Catanzaro Lido. Un agente della Polizia di Stato di 49 anni, in servizio al Commissariato del quartiere marinaro, è stato trovato senza vita all’interno della propria auto nella pineta di Giovino. Sul posto sono intervenuti le forze dell’ordine e i soccorsi, ma per l’uomo non c’era ormai più nulla da fare. Secondo le prime informazioni, l’ipotesi al momento presa in considerazione sarebbe quella di un gesto volontario, anche se saranno gli accertamenti in corso a chiarire con precisione ogni aspetto della vicenda. La notizia ha provocato profondo sgomento negli ambienti della Polizia e nel quartiere marinaro di Catanzaro. L’agente era molto stimato per la sua professionalità, la disponibilità e il rapporto costruito negli anni con colleghi e conoscenti. All’interno del Commissariato di Catanzaro Lido il dolore è forte. Chi lo conosceva lo descrive come una persona benvoluta e sempre disponibile. Sull’accaduto proseguono gli accertamenti di rito, finalizzati a ricostruire le ultime ore di vita dell’uomo e a definire il quadro completo della tragedia.

Un agente della Polizia di Stato è stato preso a bastonate durante un intervento ed è finito all'ospedale. I fatti risal...
18/06/2026

Un agente della Polizia di Stato è stato preso a bastonate durante un intervento ed è finito all'ospedale. I fatti risalgono all’11 giugno scorso al quartiere Infrangibile, ma la notizia è trapelata soltanto in queste ore. L’intervento dei poliziotti, per una lite familiare che si stava consumando tra le mura domestiche, riguardava un giovane in forte stato di agitazione che stava rompendo i suppellettili, stava mettendo a soqquadro la casa e aveva messo all’angolo i suoi genitori. Sul posto sono arrivate le uniche due volanti che coprivano quel turno di sei ore. I quattro poliziotti, con pazienza, hanno subito cercato di avviare una strategia di de-escalation per ridurre l'aggressività e la tensione, a tutela propria, delle altre persone presenti e dello stesso individuo in evidente stato di agitazione. Ma il tentativo di calmare gli animi non è solamente caduto nel vuoto: uno degli agenti è stato infatti colpito alla spalla sinistra con un tubo di ferro impugnato dall’uomo. A questo punto, dimostrando sangue freddo e prontezza di riflessi, l’agente sebbene ferito è riuscito ad estrarre il teaser e a utilizzare la scarica elettrica che lo ha reso inoffensivo. Entrambi sono finiti al pronto soccorso. Il poliziotto ha riportato otto giorni di prognosi mentre il ragazzo è stato ricoverato in ospedale per cinque giorni in via cautelativa. Interpellato sulla vicenda, interviene Sandro Chiaravalloti, segretario del sindacato di polizia Siap di Piacenza. «Da tempo chiediamo alla questura di rafforzare l’organico delle volanti. A Piacenza sono arrivate nuove forze che però non sono state destinate a potenziare i turni di pronto intervento sul territorio cittadino ma agli uffici interni». Su questo occorre una puntualizzazione: l’intero territorio cittadino è quotidianamente ripartito in tre settori, presidiati giorno e notte - a rotazione - da turni che si avvicendano ogni sei ore: uno pattugliato dall’Arma dei carabinieri e due da parte delle volanti della polizia. «Il potenziamento delle volanti e del relativo numero di agenti - prosegue il segretario del Siap - andrebbe a incidere non solo sulla sicurezza degli operatori ma porterebbe anche ad assicurare una presenza costante». «Non c’è solo da considerare il lasso di tempo riguardante l’intervento - aggiunge - ma anche tutta la parte della compilazione degli atti relativi. Infatti, al termine di un intervento può rendersi necessario che i poliziotti rientrino in questura per espletare tutte le pratiche e le annotazioni, un impegno in termini di tempo che non può tradursi con il proseguimento dell’attività di pattuglia. A questo si aggiunge che, in caso un agente rimanga ferito e debba ricorrere alle cure sanitarie, quella pattuglia non può concludere il turno. Per questo, se le forze in campo fossero potenziate, sarebbero i cittadini i primi a trarne beneficio. A tutto questo si aggiunge che ogni poliziotto, così come chiunque altro appartenente alle forze dell’ordine, ha il sacrosanto diritto di dover operare nelle massime condizioni di sicurezza e concludere ogni suo turno di lavoro facendo ritorno a casa sano e salvo. Pur considerando che questo è un mestiere a rischio dove si antepone la propria incolumità assicurando un impegno costante a garantire la sicurezza, tutelare l’ordine pubblico e offrire vicinanza e protezione alla cittadinanza». «Soprattutto in questo ultimo periodo - aggiunge il sindacalista - abbiamo constatato e contestato che il personale dell’Ufficio Volanti viene impiegato, contrariamente a quanto disposto dal Capo della Polizia, in servizi diversi da quelli riguardanti il controllo del territorio creando difficoltà ai colleghi stessi tanto che spesso si fa fatica a mettere in campo due volanti. Infatti poco tempo fa, qualche turno serale e notturno ha visto solo la presenza di una sola volante (con solo due operatori) e in un turno una volante, che era intervenuta su un “codice rosso” rimanendo impegnata per circa due ore, lasciando completamente scoperti i due settori. Noi del Siap continueremo a batterci affinché arrivino nuove forze in quanto la questura è ancora sotto organico ma nel contempo incidiamo all’interno della questura affinché ogni turno di volante veda la presenza di almeno nove poliziotti. In tutto questo, voglio far presente che tante volte i colleghi, che subiscono un’aggressione o vengono feriti in servizio, decidono di non assentarsi dal lavoro per non mettere in crisi il turno di volante di appartenenza».

Nei giorni scorsi la segreteria locale Sappe di Vasto ha denunciato un episodio che ha destato forte preoccupazione, att...
17/06/2026

Nei giorni scorsi la segreteria locale Sappe di Vasto ha denunciato un episodio che ha destato forte preoccupazione, atteso che un detenuto ha posto in essere atti di autoerotismo davanti a una poliziotta penitenziaria in servizio presso la sala video colloqui. Non è il primo caso che si verifica, ma c’è di più. All’istituto penale per minorenni di Bologna, lo scorso anno, un’agente è stata molestata da un detenuto e, nel carcere di Trento, due anni addietro, un’ispettrice ha subito un tentativo di violenza sessuale. In tutti questi casi, il denominatore comune, è stata la circostanza che le colleghe si trovassero da sole al momento dell’accaduto.
Nel caso di Vasto, la postazione interessata, infatti, è attualmente presidiata da una sola unità di personale, a causa della cronica carenza di organico che continua a interessare l’istituto.
A ciò si aggiunge l’assenza di sistemi di videosorveglianza nell’area interessata, elemento che rende ancora più difficile garantire adeguati livelli di sicurezza e tutela per il personale. L’episodio riporta all’attenzione le criticità che quotidianamente affrontano le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, costretti a operare in condizioni spesso caratterizzate da carenze di personale e da insufficienti strumenti di controllo e prevenzione. Di recente, è stata opportunamente modificata la norma che adesso consente di impiegare il personale femminile in tutti i posti di servizio diversi dalla sezione detentiva, anche negli istituti maschili.
Se ciò può ritenersi adeguato dal punto di vista della parità di genere, fermo restando l’insormontabile limite dell’impiego nelle sezioni maschili, dall’altro pone il problema della protezione delle donne poliziotto da eventuali molestie a sfondo sessuale, oppure da vere e proprie aggressioni fisiche e tentativi di violenze, com’è avvenuto a Trento. Potrebbe sembrare un paradosso chiedere che coloro che devono garantire legalità e sicurezza debbano essere protette dalla violenza, ma in questi casi il problema è molto più complesso di quanto possa apparire e non può ridursi a considerazioni superficiali. Sarebbe opportuno garantire la compresenza di un collega uomo, oppure di una collega, cosa che spesso non avviene per mancanza di personale.
È quindi necessario assumere sempre più personale, piuttosto che evitare di assumere le donne, come spesso sentiamo dire da più parti. Ciò, anche e non solo alla luce della modifica normativa a cui si faceva cenno all’inizio dell’intervento. È necessaria anche l’installazione di efficaci sistemi di videosorveglianza nelle aree maggiormente esposte a situazioni di rischio. Questo è quanto sollecita la segreteria locale di vasto, i cui segretari – Francesco Stampone e Clara Bruno – hanno espresso
“piena solidarietà alla collega coinvolta, ribadendo la necessità di tutelare il personale di Polizia Penitenziaria da ogni forma di aggressione, intimidazione o comportamento lesivo della dignità professionale e personale. Un riconoscimento sentito e doveroso va a tutto il personale della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa di Lavoro di Vasto: donne e uomini che, ogni giorno e ogni notte, garantiscono ordine, sicurezza e legalità con professionalità, dedizione e uno spirito di sacrificio spesso silenzioso e troppo frequentemente invisibile agli occhi di chi non vive la realtà penitenziaria.Il grave episodio ha inoltre generato un diffuso clima di tensione, preoccupazione e insicurezza tra la restante popolazione detenuta e internata, con inevitabili ripercussioni sull’ordine e sulla sicurezza complessiva dell’istituto.”

Giovanni Battista Durante. Fonte nel primo commento https://www.poliziapenitenziaria.it/anche-le-donne-poliziotto-hanno-bisogno-di-essere-tutelate/amp/

Non ce l’ha fatta il carabiniere di 26 anni colpito da un grave malore all’interno della caserma della Compagnia dei Car...
16/06/2026

Non ce l’ha fatta il carabiniere di 26 anni colpito da un grave malore all’interno della caserma della Compagnia dei Carabinieri di Clusone. Il giovane militare, originario della provincia di Salerno, è morto oggi, lunedì 15 giugno, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove era ricoverato in condizioni disperate da sabato.
I fatti risalgono al 13 giugno. Intorno alle 12:10 il ventiseienne, effettivo al Nucleo Radiomobile di Clusone da circa un mese e mezzo, aveva salutato il comandante di Compagnia, il capitano Maurizio Guadalupi, per scendere nel garage della struttura. Una ventina di minuti più tardi, alle 12:30, è scattato l’allarme: alcuni colleghi lo hanno trovato a terra, privo di sensi. Immediato l’intervento dei militari presenti, addestrati alle manovre di primo soccorso. Mentre un collega ha iniziato il massaggio cardiaco, un altro ha recuperato il defibrillatore semiautomatico (DAE) in dotazione alla caserma. Contemporaneamente il comandante ha coordinato i soccorsi con la centrale operativa del 118. Le tempestive manovre di rianimazione hanno consentito di mantenere le funzioni vitali del giovane fino all’arrivo dell’ambulanza e dell’elisoccorso, atterrato nel campo sportivo di fronte alla caserma. Trasportato d’urgenza in codice rosso all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il quadro clinico è apparso da subito estremamente critico. I medici della Terapia Intensiva avevano disposto il collegamento all’Ecmo (ossigenazione extracorporea a membrana), una sofisticata tecnica di supporto vitale utilizzata nei casi di gravissima insufficienza cardiaca o respiratoria. Nonostante gli sforzi del personale sanitario, il cuore del giovane militare ha cessato di ba***re nella giornata di oggi.
Figlio unico, il carabiniere si era trasferito in Val Seriana insieme alla compagna, maresciallo in servizio a Milano. I genitori, raggiunta Bergamo dal Salernitano nelle ore successive al malore, sono rimasti al suo fianco durante il ricovero. Molto conosciuto e apprezzato nell’ambiente dell’Arma e sul territorio, prima del recente trasferimento al Radiomobile di Clusone aveva prestato servizio per cinque anni alla stazione dei Carabinieri di Gandino. Nelle ore successive al ricovero, i vertici del Comando provinciale di Bergamo e della Compagnia locale avevano espresso la propria vicinanza alla famiglia. Oggi l’intera comunità dell’Arma piange la scomparsa del giovane collega.

Nuovo episodio di violenza nel carcere di Torino.  A denunciarlo sono Donato Capece, segretario generale del Sindacato A...
15/06/2026

Nuovo episodio di violenza nel carcere di Torino. A denunciarlo sono Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, e Vincente Santilli, segretario regionale del SAPPE per il Piemonte, che lanciano un accorato ma fermissimo grido d'allarme alle istituzioni. "Ieri, presso il Tribunale di Torino, si è consumata l'ennesima aggressione ai danni di appartenenti alla Polizia Penitenziaria. Un detenuto di nazionalità gambiana, appresa la notizia del rinvio dell'udienza al lunedì successivo, ha dato in escandescenze, iniziando a inveire contro il personale di scorta, sputando, tentando di divincolarsi violentemente e opponendo una feroce resistenza", spiegano i sindacalisti. "Nel corso delle operazioni di contenimento – proseguono Capece e Santilli – un Sovrintendente è stato morso alla parte superiore della coscia, riportando una evidente lacerazione cutanea e una prognosi di dieci giorni. Un altro poliziotto ha subito una lacerazione all'avambraccio, mentre gli altri componenti della scorta hanno riportato lesioni e contusioni giudicate guaribili fino a cinque giorni. Si tratta di donne e uomini dello Stato che escono di casa per lavorare e rischiano quotidianamente di non farvi ritorno indenni".
Il SAPPE esprime "il più sincero apprezzamento e la più profonda gratitudine al personale coinvolto, che ha dimostrato straordinaria professionalità, sangue freddo, equilibrio e senso del dovere, riuscendo a contenere il detenuto nel pieno rispetto delle procedure operative e ad evitare conseguenze che avrebbero potuto essere ben più gravi". "Ma non possiamo limitarci ai ringraziamenti di circostanza", incalzano Capece e Santilli. "Siamo indignati e stanchi di assistere all'ormai quotidiano bollettino di guerra che arriva dalle carceri e dai servizi di traduzione. La Polizia Penitenziaria continua a pagare un prezzo altissimo in termini fisici, psicologici e professionali nell'indifferenza generale. I nostri poliziotti non possono e non devono essere lasciati soli".
Il SAPPE torna quindi a chiedere con forza interventi immediati e concreti da parte del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e del Ministero della Giustizia. "È indispensabile accelerare l'adozione di strumenti idonei a garantire la sicurezza del personale. Auspichiamo che anche in Piemonte, quanto prima, il personale del Corpo venga dotato dello spray al peperoncino, già sperimentato positivamente in altri contesti operativi, affinché possa disporre di adeguati strumenti di difesa e contenimento di fronte alle continue aggressioni cui è esposto. Non chiediamo privilegi, ma il diritto di lavorare in sicurezza". "Occorrono inoltre maggiori investimenti, organici adeguati, tutele effettive e una diversa considerazione istituzionale per il Corpo di Polizia Penitenziaria", concludono i dirigenti del SAPPE. "Ogni aggressione contro un appartenente alla Polizia Penitenziaria è un'aggressione allo Stato. Continuare a sottovalutare questa emergenza significa assumersi la responsabilità morale e politica di ciò che potrebbe accadere domani. Prima che sia troppo tardi, le istituzioni battano un colpo". “Oramai il carcere di Torino è nel caos. Non c’è più nulla da aggiungere: solo caos” aggiunge Leo Beneduci, Segretario Generale OSAPP -. L’OSAPP rinnova la richiesta di interventi urgenti a tutela della sicurezza del personale e per il ripristino di condizioni operative accettabili all’interno di un istituto ormai al completo sfascio. Chiediamo altresì al Signor Prefetto di intervenire con urgenza, poiché la situazione sta assumendo i contorni di un vero e proprio problema di ordine pubblico."

la Repubblica La sicurezza è un diritto dei più deboli, perché i ricchi possono comprarsela", dice il vicedirettore di R...
15/06/2026

la Repubblica La sicurezza è un diritto dei più deboli, perché i ricchi possono comprarsela", dice il vicedirettore di Repubblica, Carlo Bonini, intervenendo con Franco Gabrielli all'incontro "Sicurezza democratica", moderati da Conchita Sannino. I due sono gli autori di "Contro la paura: manifesto per una sicurezza democratica" con cui cercano di smontare da sinistra tutti i falsi miti costruiti dalla destra sul tema. Ma partono prima di tutto dall'attualità di questi mesi, e in particolare dalla richiesta della Lega di riportare Matteo Salvini al ministero dell'Interno, diventata palese. "A me - dice Gabrielli, ex capo della Polizia e sottosegretario alla Sicurezza - non è mai capitato in 40 anni che si metta in discussione un ministro importante come quello dell'Interno da parte della stessa maggioranza e della stessa formazione politica che l'ha proposto. Credo sia una forma di degrado del rispetto verso le istituzioni. Ma poi - aggiunge - c'è anche una questione di sostanza, perché è la certificazione che questi quattro anni sono stati infruttuosi sulla sicurezza". E poi, un ultimo affondo: "Tutti, anche gli storni del Viminale, sanno chi fosse in realtà il vero ministro quando c'era Salvini". Allusione diretta a Matteo Piantedosi, che ora la Lega vorrebbe cambiare. Secondo il vicedirettore di Repubblica, Bonini, questa pretesa della Lega è "l'auto-certificazione di un fallimento sulle politiche della sicurezza e l'ennesimo indizio di disperazione politica di Salvini e della sua leadership. Per il centrosinistra è il momento per riappropriarsi del tema della sicurezza, perché uno dei più grandi errori commessi dalla sinistra è stato quello di cedere il tema alla propaganda della destra. Perché la sicurezza è un diritto dei più deboli - aggiunge - i più forti non hanno bisogno della sicurezza, perché se necessario la comprano. Sono i più deboli che devono sentirsi sicuri, che hanno bisogno di essere messi nelle condizioni di esercitare i propri diritti in modo libero". Gabrielli continua smontando alcuni temi che accompagnano spesso il racconto securitario della destra al governo. “Spesso non si capisce dove le proposte di remigrazione vogliano andare a parare - spiega - serve una legalità che abiliti e non che ostacoli. Io credo che nel nostro Paese permanga un retropensiero di schiavismo, per cui gli stranieri ci servono, purché non creino problemi. Il sistema del click day invece favorisce il caporalato o comunque una gestione criminale dei flussi migratori. L’integrazione non dev'essere considerata un atto di generosità, ma un investimento strategico. Bisogna investire nella scuola, nel lavoro e nell’insegnamento della lingua italiana”. C'è poi un terzo punto, quello "del controllo intelligente - aggiunge - un controllo che deve accompagnare la coesione sociale e non contribuire a creare ulteriori divisioni".
Bonini commenta alcune delle ultime uscite del generale Vannacci, che sulla sicurezza cerca di superare a destra il governo, per esempio quando chiede la cancellazione del femminicidio. "Vannacci continuerà a regalarcene altre di queste iperboli - dice Bonini - spesso a me sembra che non ci creda nemmeno lui, ho l'impressione che si sorprenda lui stesso perché la dice troppo grossa. Siamo di fronte di nuovo alla riproposizione più cialtrona e fracassona di un modello che è quella cosa lì, perché quattro anni fa l'agenda della destra di questo parlava. Poi però - continua - sono arrivati al governo e si sono accorti che non era possibile schierare le cannoniere nel Mediterraneo per affondare dei pescherecci malmessi. E il blocco navale si è trasformato in qualcosa di orribile dal punto di vista umano: hanno reso il mare un luogo dove si muore senza testimoni". Gabrielli dedica un momento di riflessione al tema delle carceri, naturale sbocco delle politiche della destra. "La destra sicuritaria ha un piano inclinato, che porta al carcere - ragiona - con tutti questi aumenti di pene, è stato stimato che siano circa 400 gli anni di reclusione aumentati in questi quasi quattro anni di governo. Abbiamo 65mila detenuti per 51mila posti, abbiamo 90mila persone che attendono di avere una misura alternativa con una condanna definitiva sotto i quattro anni, è un sistema che implode. Questo nel carcere si traduce in una sistematica restrizione degli spazi: per fare spazio ai nuovi ingressi si riducono gli spazi e facendolo si comprime tutto quel che è rieducazione o reinserimento, e si costringe anche gli operatori in una condizione di assoluta complessità".

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