04/05/2026
Pensavo di entrare in sala, sedermi composta e assistere a una particolare performance teatrale. Fine, sipario. E invece no: cambio di scena. Mi ritrovo dentro una roulotte, luce soffusa, profumo d’incenso… e io lì, a farmi leggere i tarocchi, a metà tra spettacolo e gioco. Ancora adesso non so bene come ci sia finita in quella roulotte, proprio io che davanti a queste cose inarco un sopracciglio e impugno il metodo scientifico come fosse uno scudo. Eppure, con una mia amica, mi ritrovo lì a scegliere carte come se stessi osservando il mio destino da un menù illustrato. Ascolto i significati, annuisco e inizio pure a trovarci un senso. Anzi, di più, ho la netta sensazione che quelle immagini stiano parlando proprio di me.
Le carte sembrano uno specchio: riflettono esattamente ciò che sto vivendo, e come se non bastasse si permettono anche di suggerirmi cosa cambiare. Ma quindi? Magia… o autosuggestione ben vestita? In realtà quelle risposte le conoscevo già, nascoste da qualche parte tra razionalità e intuizione, e le carte hanno solo fatto da traduttrici simultanee del mio caos interiore. È da lì che è iniziato tutto, le domande e le curiosità. Non tanto sui tarocchi in sé, ma su di noi. Su come basti un mazzo di immagini per farci guardare dentro, per smuovere qualcosa. Perché, alla fine, le carte non parlano davvero. Ma noi, davanti a loro, sì.
Articolo di Katiuscia Cidali
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