Fire, brain and cinema

Fire, brain and cinema Ho deciso di aprire questa pagina, perche' spesso tornando a casa dal cinema mi metto e scrivo recensioni, opinioni, e ho pensato perche' non condividerle

Ho deciso di aprire questa pagina, perche' tornando a casa dal cinema mi metto a scrivere recensioni, opinioni e ho pensato: perchè non condividerle?

I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAINNegli anni '60, tra le zone montuose del Wyoming, due cowboy dalla mentalità semplice si ...
27/07/2017

I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN

Negli anni '60, tra le zone montuose del Wyoming, due cowboy dalla mentalità semplice si amano.

I due protagonisti sono Ennis Del Mar e Jack Twist, rispettivamente Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, semplicemente straordinari.

Ang Lee dirige questo melodramma grazie alla sceneggiatura scritta da Larry McMurtry tratta dal racconto di Annie Proulx “Gente del Wyoming”.

In un posto magico e ancestrale si consuma una disperata storia d'amore tra due uomini normali che sono costretti a nascondere il loro rapporto puro e passionale per paura della moralità bigotta della società.

E così Ennis sposa Alma Beers (una bravissima Michelle Williams) e Jack prende in moglie Laureen Newsome (Anne Hathaway molto brava).

Commovente tutto il non detto tra i due amanti e le rispettive donne; bugie e sentimenti espressi con gli sguardi, i sorrisi, le lacrime e i grugniti.

É affascinante vedere come i due uomini mandano avanti la loro vita creando famiglie completamente diverse tra loro, per situazione economica e privata.

É chiaro che il film è dedicato alla loro storia d'amore tormentata, ma è un peccato vedere poco le loro mogli, personaggi interessanti e complessi.

Se alla base ci sono una buona sceneggiatura e un'ottima regia è normale che la prova degli attori è molto buona, di alto livello.

Su tutti spicca Heath Ledger, ha una capacità meravigliosa di esprimere emozioni forti e sentimenti veri anche solo con un verso della bocca o uno sguardo.

Una pellicola piena d'amore, quindi, coinvolgente e appassionante, merita di essere visto per tutti gli elementi descritti, ma, soprattutto, per ricordare uno degli attori di cui si sentirà sempre la mancanza, purtroppo: Heath Ledger.

FRENCH CONNECTIONE' un buon poliziesco scritto da Audrey Diwan e Cédric Jimenez e diretto da quest'ultimo.Anni '70, il g...
21/07/2017

FRENCH CONNECTION

E' un buon poliziesco scritto da Audrey Diwan e Cédric Jimenez e diretto da quest'ultimo.

Anni '70, il giudice Pierre Michel è trasferito a Marsiglia per indagare su un'organizzazione che si occupa di spaccio di droga con a capo Gaetan Zampa.

Questa storia vera è stata già raccontata da William Friedkin nel suo “Il baccio violento della legge” solo che in questa versione si vede il punto di vista francese.

Una buona ricostruzione in un'elegante Costa Azzurra, dalle scenografie, ai costumi e tante immancabili si*****te.

Ciò che rende la pellicola diversa dal film di Friedkin è il soffermarsi sulla vita del giudice e del boss.

Rispettivamente Jean Dujardin e Gilles Lelouche.

Sono, infatti, i due attori bravissimi a tenere la responsabilità della buona riuscita del film.

Lelouche è perfetto per interpretare questo boss della mala, è il personaggio più interessante, ma pecca di banalità, cadendo nel cliché di uomo malavitoso con famiglia.

Dujardin è straordinario nel portare irrequitezza forsennata per tutta la durata della storia, i suoi sguardi e i suoi modi di fare rendono l'idea perfetta di tutto ciò che sta accadendo, esprimendo emozioni vere.

Sin dall'inizio i due protagonisti appaiono interessanti e, soprattutto, credibili.

L'originalità del film sta nel far vedere la solitudine di questi uomini abbandonati a loro stessi dallo Stato, nel bene e nel male.

Inoltre, la morale di un essere dipende dalle scelte che vengono fatte durante il corso della vita e no al mondo a cui si appartiene.

La forza del film sta anche in un credibile passare del tempo.

Esso passa e succedono i vari eventi, cambiano le convinzioni, i punti di vista e i protagonisti, soprattutto, invecchiano; proprio come succede nella vita.

La morale delle persone non è data dal distintivo o dall’appartenenza alla mala, ma dalle scelte che ognuno compie ogni giorno.

Per chi ha voglia di un film che sa di fumo degli anni '70 questo film è perfetto.

IL SOLISTACos'hanno in comune Steve Lopez un giornalista di Los Angeles in cerca di un nuovo argomento su cui scrivere e...
17/07/2017

IL SOLISTA

Cos'hanno in comune Steve Lopez un giornalista di Los Angeles in cerca di un nuovo argomento su cui scrivere e Nathaniel Ayers un senzatetto schizofrenico che suona un violino con solo due corde sotto la statua di Beethoven?
Un'anima triste, tormentata, ecco perché sono destinati a incontrarsi.
Sono loro due i protagonisti della storia scritta da Susannah Grant, tratta dal libro di Steve Lopez e diretta da Joe Wright.
Una volta visti Steve e Nathaniel si entra subito nelle loro vite, tanto diverse quanto simili.
All'inizio le immagini appaiono sperimentali, ma con un po' di concentrazione risultano adatte per far capire cosa sta provando il musicista, soprattutto, vista il suo modo complicato di comunicare con gli altri.
Il montaggio sonoro è ben curato, le inquadrature con la musica di Nathaniel di sottofondo, infatti, a volte irrompono nella storia e altre arrivano con calma, ma con equilibrio.
La vicenda si mescola perfettamente con le suggestioni di Ayers.
Due personaggi affascinanti, soprattutto, grazie a una buona prova di Robert Downey Jr e Jamie Foxx.
Il primo ogni tanto nasconde quell'arroganza e quel narcisismo che fa vedere al cinema per dare spazio a sensibilità e debolezze tipiche di una persona emotiva, dalla vita incasinata, nel lavoro e nel privato.
Il secondo presta corpo e viso a un'animo candido, la cui unica salvezza sembra essere la musica.
Questi due uomini dalle ferite che a volte sanguinano e altre si rimarginano si trovano davanti a una svolta della loro esistenza.
Cosa faranno?

LA RAGAZZA DEL TRENODentro un treno che collega New York ad Hudson River, periferia del New England, una donna con gli o...
06/07/2017

LA RAGAZZA DEL TRENO

Dentro un treno che collega New York ad Hudson River, periferia del New England, una donna con gli occhi tristi guarda fuori dal finestrino.
É Rachel Watson (una Emily Blunt magnifica), ubriaca, osserva tutte le ville che via via scorrono durante il viaggio.
Le sue attenzioni sono, soprattutto, per due donne: Megan (Haley Bennett) una giovane sposata con un ragazzo innamoratissimo (Luke Evans); e Anna (Rebecca Ferguson) sposata con il suo ex marito Tom (Justin Theroux).
Grazie ai potenti primi piani di Tate Taylor vediamo la sofferenza e l'angoscia negli sguardi di Rachel, abbandonata a se stessa fisicamente ed esteticamente.
Al limite del voyeurismo, invidia la vita di queste due donne e ben presto vedrà qualcosa che la porterà a entrare nelle loro esistenze.
Ecco che ai nostri occhi partono tre diversi piani temporali che, grazie all'ottimo montaggio di Andrew Buckland e Michael McCusker diventano uno solo.
Vediamo anche tre donne che, per la straordinaria sceneggiatura di Erin Cressida Wilson, diventano una.
Lo stesso succede per i tre uomini, i due mariti e lo psicologo di Megan, l'attore Edgar Ramírez, personaggi diversi che, però, hanno così tanto in comune da essere uno solo.
Ispirato all'omonimo best-seller di Paula Hawkins, in questo forte thriller dramma la realtà si mischia con la bugia e la violenza fisica e, soprattutto, psicologica s'insinua nella storia in modo disturbante.
Il film è affascinante da ogni punto di vista: dalla scelta degli attori alla regia, c'è eleganza, infatti, anche nelle scene di sesso e di brutalità.
La donna è la vera e propria protagonista, una creatura che, oltre a fare i conti con il proprio passato pieno di demoni, deve vedersela con il mondo esterno che vuole distruggerla.
Si può pensare alla classica storia della donna maltrattata dalla società, ma è più di questo.
E bisogna aspettare il finale per scoprirlo e rimanerne scioccati.

HELL OR HIGH WATERÉ un film di rapine con le caratteristiche tipiche di un western ambientato in un assopito e polveroso...
27/06/2017

HELL OR HIGH WATER

É un film di rapine con le caratteristiche tipiche di un western ambientato in un assopito e polveroso Texas occidentale.
In queste zone rurali si trova il Lone Star State, un paese (inventato) pieno di diners squallidi e violenti e uomini a cavallo sudati e in cerca di alcool.
La pellicola, dopo essere stata presentata al Festival di Cannes nel 2016 nella sezione Un Certain Regard, è arrivata anche alla Festa del Cinema di Roma.
I protagonisti sono Tanner e Toby (Ben Foster e Chris Pine, straordinari) due fratelli che rapinano piccole filiali appartenenti alla stessa banca colpevole di aver fatto un torto alla loro madre deceduta recentemente.
Tanner è una testa calda ed è uscito da poco dal carcere; Toby, invece, è più riflessivo, divorziato con i soldi rubati vuole aiutare l'ex moglie e i figli.
Chiaramente sono degli anti-eroi, uno l'opposto dell'altro, ma molto complici e determinati a non sopravvivere più, ma crearsi un'esistenza decente.
Dopo l'ultima rapina, però, ecco spuntare qualcuno pronto a rovinare il loro piano.
Si tratta di un appesantito e stagionato Texas Ranger che, tra un borbottio e un altro, seque tutte le piste con il suo istinto da poliziotto esperto.
Si tratta di un Jeff Bridges allo stato di grazia, su lui, infatti, c'è tutto il peso del film.
Taylor Sheridan scrive per David Mackenzie una sceneggiatura in cui il West Nuovo violento e pieno di sangue si scontra con il West Vecchio polveroso e stanco.
I personaggi sudati e determinati si muovono in questi luoghi desolati e caldi in cerca di una propria giustizia personale.
Guardando a un presente in cui il mondo politico è nel caos e la società è in forte crisi, questo regista riesce a far vivere la realtà in un posto rimasto fermo in un passato adesso antico e ancestrale.
Nick Cave crea un sottofondo musicale perfetto per questi uomini nemici tra loro e pronti a tutto per sopravvivere a una guerra spietata e garantirsi un futuro con maggiore libertà personale.
Il film pone le risposte a queste domande: che cosa sei disposto a fare per crearti una vita migliore?
Fin dove hai la forza di arrivare per averla vinta?

PRISONERS Una piccola città della Pennsylvania viene sconvolta dalla scomparsa di due bambine. Iniziano le ricerche senz...
21/06/2017

PRISONERS

Una piccola città della Pennsylvania viene sconvolta dalla scomparsa di due bambine.
Iniziano le ricerche senza sosta da parte di un poliziotto disincanto e un padre tormentato.
Lo spettatore s'immerge totalmente nella storia e s'interroga sulla moralità delle azioni dei personaggi.
Esso è costantemente curioso di vedere che finale ha l'intera faccenda, a volte è vicino ai protagonisti e a volte prende distanza da loro.
I temi trattati da questo film vanno dalla guerra contro i fantasmi del passato, al farsi giustizia da sé, dalla brutalità, alle reazioni dopo una perdita.
Il regista Denis Villeneuve e lo sceneggiatore Aaron Guzikowski costruiscono un film in cui la parte drammatica e quella tipica del thriller sono in perfetto equilibrio.
Grazie anche alla fotografia piovosa, fredda e fangosa di Roger Deakins spicca il valore dei personaggi; non tanto le loro azioni, quanto la loro anima, i loro pensieri e i loro sentimenti.
Ciò che rende questo genere di film diverso dagli altri è che l'intera vicenda viene narrata attraverso gli occhi di tutti i personaggi, con l'emotività e la psicologia di ognuno di loro.
Ecco perché gli spettatori si ritrovano in una montagna russa, passando dalla drammaticità dei comportamenti dei protagonisti ai momenti intensi dell'indagine.
Essi si emozionano per tutto ciò che succede alla luce del sole, ma anche per tutto ciò che avviene di nascosto, un gesto impercettibile o uno sguardo veloce dei personaggi.
La sceneggiatura e la regia presentano delle debolezze, ma vengono nascoste dalle grandiose interpretazioni di un cast ottimamente assemblato.
Hugh Jackman e Jack Gyllenhaal su tutti, uno il contrario dell'altro. Rabbioso il primo, piu tranquillo il secondo.
E poi Paul Dano, Viola Davis e Terrence Howard, intensi e magnifici.
Jackman è un credente, angosciato, e deve combattere contro la fortissima voglia di rivalsa che sfoga con l'aggressività.
Gyllenhaal è un poliziotto incapace d'illudersi, intento a risolvere il caso, non solo per il bene delle famiglie, ma anche per scacciare il proprio passato che fa spesso capolino, facendolo apparire a volte calmo e a volte irruento.
Molto intensa l'ultima inquadratura, ma il finale ha una debolezza.
Sul momento, forse, non ci si fa caso, ma, poi, ragionandoci su, è palese e fa storcere il naso.

THE HATEFUL EIGHT Questo western è ambientato in un innevato Wyoming del Nord America, qualche anno la fine della Guerra...
08/06/2017

THE HATEFUL EIGHT

Questo western è ambientato in un innevato Wyoming del Nord America, qualche anno la fine della Guerra di Seccessione.
Una diligenza con a bordo il cacciatore di taglie John "The Hangman" Ruth e la prigioniera Daisy Domergue viaggia per raggiungere la città Red Rock e consegnare la donna alle autorità.
A loro si uniscono il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista ora cacciatore di taglie, e Chris Mannix, il nuovo sceriffo di Red Rock.
Inizia una bufera di neve e i viaggiatori sono costretti a rifuggiarsi nell'emporio di Minnie.
Al posto della proprietaria trovano quattro tizi: il messicano Bob, il boia di Red Rock Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il generale della Confederazione Sanford Smithers.
Tutti sono bloccati lì in attesa che finisca la bufera.
Chiaramente l'azione avviene solo all'interno di questo emporio e vediamo come si relazionerano i personaggi.
Purtroppo in questo caso Quentin Tarantino ama così tanto i propri protagonisti da presentarceli come dei criminali sensibili e da un artista come lui, amante del cinema, non si può accettare.
Ci si annoia guardando questo film; vedendo come i personaggi siano pieni di contraddizioni, di incoerenza e non si capiscano le loro motivazioni.
Sono, inoltre, pesanti, fastidiosi, per nulla interessanti e pieni di parole che non si sposano con la violenza della storia.
Diciamolo pure, il film minore di Tarantino che, purtroppo, delude tutti coloro che hanno amato i suoi film precedenti, delle vere chicche cinematografiche.
Una pellicola facilmente dimenticabile.

SUFFRAGETTEIl titolo già presenta di cosa parla il film, cioè delle attiviste politiche che nella Londra del 1912 avevan...
29/05/2017

SUFFRAGETTE

Il titolo già presenta di cosa parla il film, cioè delle attiviste politiche che nella Londra del 1912 avevano creato il movimento suffragista dedito all'emancipazione femminile nato per conquistare il diritto al voto da parte delle donne.
Meryl Streep è Emmeline Pankhurst, colei che guidò le suffragette, tra cui Maud Watts ed Edith Ellyn, rispettivamente le bravissime Carey Mulligan ed Helen Bonham Carter.
La sceneggiatrice Aby Morgan racconta di donne realmente esistite, ma si limita a presentare la loro storia dal punto di vista sentimentale, tralasciando la storia vera e propria.
Ci vengono presentate le vessazioni e le violenze che hanno subito e le sofferenze che hanno provato.
La regista Sarah Gavron costruisce una pellicola in modo da conquistare un grande pubblico, infatti, sceglie delle attrici molto famose e gira in modo classico, senza riprese originali.
Ci fa vedere, inoltre, l'asprezza del movimento composto da donne eversive, non si creavano problemi nel compiere atti vandalici e non avevano paura ad andare in carcere.
Tutto ripreso con camera a mano per dare allo spettatore la sensazione di essere lì con loro.
Una pellisola sofisticata, si fa guardare con piacere, ma, purtroppo, si fa anche dimenticare.

ARRIVALSulla Terra compaiono dodici enigmatiche astronavi aliene, chiamate “gusci” dall’esercito americano. Nel Montana ...
20/04/2017

ARRIVAL

Sulla Terra compaiono dodici enigmatiche astronavi aliene, chiamate “gusci” dall’esercito americano.
Nel Montana viene istituita una squadra speciale di esperti per comunicare con gli alieni.
Ne fa parte Louise Banks (Amy Adams) una linguista, Ian Donnelly (Jeremy Renner) un fisico teorico e Weber (Forest Whitaker) il colonnello dell’esercito degli USA.
Da dove vengono? Quali sono le loro intenzioni?
Il regista canadese Denis Villeneuve dirige questo film di fantascienza basato sul racconto “Storia della tua vita“ incluso nell'antologia di racconti “Storie della tua vita” di Ted Chiang.
Il tema principale è il linguaggio: come comunicare con gli alieni? Che lingua parlano?
Queste sono le domande principali che si fanno i protagonisti e il pubblico.
Questi extraterrestri, chtuliani eptopodi, sono misteriosi, c’è diffidenza nei loro confronti.
Noi esseri umani siamo un po’ sospettosi verso di loro e ci mettiamo un po’ a rispettarli.
Nella prima parte del film tutto è affascinante, si entra nell’emotività di Louise.
Amy Adams, poi, è bravissima a farci vedere cosa prova, cosa pensa.
E’ molto espressiva, con maestria passa dal coraggio alla fragilità, dall'eccitazione alla paura.
Nella seconda parte il film cambia, purtroppo diventa complicato e ordinario.
Sono presenti alcuni errori di sceneggiatura scritta da Eric Heisserer che riguardano i protagonisti: loro capiscono cosa sta succedendo, ma il pubblico no e questo è un danno per il film.
Sono presenti tratti filosofici al limite dell’arroganza che possono portare gli spettatori a rivedere il film e anche questo è un difetto.
E poi il finale, la conferma che nella scrittura qualcosa è sfuggita di mano.
Villeneuve è un bravo regista, contemporaneo, ci sa davvero fare con la camera, situazioni convincenti, immagini di pregio.
Solo che in questo film doveva sottolineare di più l’importanza di una lingua universale in modo da poter creare un dialogo tra noi e loro per un’eventuale convivenza.
In concorso alla 73esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e candidato a otto Premi Oscar 2017, ne ha vinto uno per il Miglior Montaggio Sonoro di Sylvain Bellemare.
Un film che parte come “2001: Odissea nello spazio”, ma finisce per essere “Interstellar”, interessante, ma poteva essere molto meglio.

IL DIRITTO DI CONTARE  (HIDDEN FIGURES)Siamo in Virginia, a Langley, con precisione, nel 1961.Nella base NASA, alla sezi...
28/02/2017

IL DIRITTO DI CONTARE (HIDDEN FIGURES)

Siamo in Virginia, a Langley, con precisione, nel 1961.
Nella base NASA, alla sezione West & Computers, tre donne afro-americane lavorano nel reparto di calcolo, definite “coloured computers”.
La protagonista di questa storia vera è Katherine Johnson (Taraji P. Henson) una fisica, scienziata e matematica che collabora con il team dedito a tracciare le traiettorie per la missione Friendship 7, grazie alla quale John Glenn diventa il primo astronauta americano a orbitare attorno alla Terra.
Danno un contributo anche le due amiche di Katherine, Dorothy Vaughan (una bravissima Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monàe).
La vicenda è tratta dal libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly.
Essa viene raccontata con estrema semplicità, senza fronzoli intellettualoidi.
Ciò che colpisce della storia è come queste tre donne geniali e determinate riescono a destreggiarsi in un luogo lavorativo molto maschile in pieno periodo segrezionista.
Katherine, Dorothy e Mary sono diverse, ma le unisce la passione per il loro lavoro, la voglia di essere prese in considerazione per ciò che davvero sono capaci di fare e il desiderio quasi altruistico di far parte di un grande progetto.
La sceneggiatura di Theodore Melfi e Allison Schroeder è molto basica, diretta e non lascia spazio a inutili sentimentalismi.
Così come le inquadrature dello stesso Melfi sono pulite, attente e uniscono tutti i dettagli importanti per raccontare la situazione con chiarezza.
La colonna sonora jazz e soul fa da ottima base ai movimenti di tutti i personaggi, da citare Kirsten Dunst e Jim Parson, con addosso i bellissimi costumi dell'epoca.
Tutto è essenziale e importante per poter entrare con delicatezza nella vita lavorativa di queste grandiose donne.
E' un film ben fatto, lo si guarda con piacere e ci si emoziona nel guardare come le protagoniste affrontano la loro difficile posizione socio-politica e lavorativa con coraggio ed eleganza tipica femminile.
La pellicola ha ricevuto tre nominations agli Oscar 2017: Miglior film, Miglior attrice non protagonista Octavia Spencer e Miglior colonna sonora originale Pharell Williams, Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch.
Sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles, ha fatto commuovere il momento in cui la vera Katherine fa il suo ingresso sulla sedia a rotelle, piccola nel fisico, ma ancora forte nello sguardo.
Un omaggio alle donne e alla loro presenza nel mondo.

MOONLIGHTParlo oggi di un altro film appena uscito nelle sale e candidato a un bel po’ di oscar, otto per la precisione,...
24/02/2017

MOONLIGHT

Parlo oggi di un altro film appena uscito nelle sale e candidato a un bel po’ di oscar, otto per la precisione, il tanto acclamato Moonlight.
Penso che questo film non sia potente, la storia è molto poco originale secondo me, già vista, mi è sembrato il classico film sulla vita di un afroamericano con problemi familiari, che vive in un quartiere difficile di Miami. Ma quante ne abbiamo visti di film cosi? La risposta è, tanti!
E chiaro che il film non è solo questo, lo sto molto riducendo all’osso con queste prime righe, e inoltre ci tengo a dire che non sono contro questo genere di film anzi, mi piacciono molto, e anche questo scorre bene, non è pesante e l’ho visto tranquillamente, detto ciò andiamo avanti.
Il film si divide in tre atti, che distinguono tre fasi della vita del protagonista Chiron, in ognuno di questi tre ci vengono raccontate le sue problematiche, familiari, cresce per strada con una madre che pensa più a farsi, che a preoccuparsi di lui, e sociali, problemi con i compagni di scuola che lo sbeffeggiano e lo picchiano, problemi di chiusura emotiva e primi segni di consapevolezza della sua sessualità, ecco qui la storia si discosta un po’ da altre proprio perché’ il nostro protagonista è gay, oltre che essere nero deve quindi vivere anche la difficoltà di questa cosa, il peso e la fatica di capirla e farla uscire fuori e anche il rifiuto a un certo punto.
Sicuramente una delle note più alte su cui porre l’attenzione secondo me, è la regia, Barry Jenkins crea si una storia non delle più originali ma almeno la mette in scena davvero bene, con una scelta chiara e precisa delle sue inquadrature, cioè, ci dice chiaro e tondo, “ Io il disagio e l’oppressione di Chiron, ve lo faccio annusare, quasi toccare”.
E lo fa attraverso delle inquadrature molto strette, principalmente piani medi e primi piani, con cui sta col fiato sul collo del nostro protagonista, lo segue sempre da vicino, e riesce a trasmettere tutta la sua carica emotiva, lo stress, la sofferenza, i momenti chiusura e anche arrivati a un certo punto, di esplosione e rifiuto, si come dicevo prima, il nostro protagonista e come se ad un certo punto rifiutasse se stesso e abbracciasse la vita che è scritta per tutti quelli che crescono e vivono nelle sue condizioni sociali, la via diciamo sbagliata.
Per fortuna però l’ultimo atto è risolutore e ci dimostra che in fondo la vita non può decidere per noi, e quindi il nostro protagonista, a distanza di anni, siamo infatti alla fase dell’età adulta, sbollita tutta la rabbia dovuta al passato, si riappacifica con l'universo, lo vediamo nella scena in cui si riavvicina alla madre, interpretata da una grande Naomie Harris, e soprattutto con se stesso, anche questo messo in scena magistralmente con l’abbraccio finale tra lui e il suo amico Kevin.
Per concludere, Moonlight come ho detto all’inizio, non è un brutto film, anzi non mi ha lasciato un malumore di essere andato a vederlo e averci speso i soldi, questo assolutamente, si parla comunque di un ottimo film,
le cose che più emergono sono la ottima regia di Barry Jenkins, che se vincesse nella sua categoria non sarebbe affatto uno scandalo, una fotografia ben curata, e una grande prova attoriale di Noemi Harris,
ma personalmente al di là questo non mi ha lasciato molto a livello emozionale, la storia non è cosi potente come si può pensare dallo scalpore che aveva intorno il film prima che arrivasse nelle sale.

RECENSIONE MANCHESTER BY THE SEAOggi vorrei parlare di un nuovo film che sono stato a vedere, un'altra nuova uscita,  Ma...
10/02/2017

RECENSIONE MANCHESTER BY THE SEA

Oggi vorrei parlare di un nuovo film che sono stato a vedere, un'altra nuova uscita, Manchester by the sea, che come ben saprete e uno dei candidati a miglior film, e diverse altre statuette.
Il film racconta una storia un po’ triste, non originalissima, credo che se ne siano già viste di simili o comunque sulla stessa scia, nonostante questo però il film è gradevole, forse leggermente un po’ lunghetto, ma non se ne sente il peso eccessivamente.
Se dovessi riassumere con poche parole ciò di cui parla il film, mi costerebbe un po’ pero direi decisamente l’impotenza ad elaborare il lutto, quello che non riesce a fare il nostro protagonista, che dopo un’esperienza tremenda si allontana dalla sua città natale Manchester, da precisare, non la Manchester inglese ma una piccola cittadina lungo le coste del Massachusetts, per trasferirsi in una altra citta’.
In questo senso, il clima da
piccola cittadina rurale degli stati uniti e’ messa in scena davvero bene, sia da una fotografia abbastanza fredda, che ne risalta i colori e le tonalita’ naturali, che anche dalla recitazione, per quel che riguarda il linguaggio dei vari personaggi, più dialettico, provinciale diciamo, che si nota ovviamente vedendo il film in lingua originale.
Il nostro protagonista, Lee, interpretato direi in maniera magistrale da Casey Affleck, una delle note più alte di questo film, come si vede sin dall’inizio e’ un uomo semi-distrutto, vuoto, che vive solo perche’ e’ costretto ad andare avanti, ma senza quasi più nessuno stimolo, in questo senso, fate bene attenzione alla recitazione, il suoi lavoro sui silenzi, le pause, i suoi sguardi quasi persi nel vuoto, le sue risposte a monosillabi, tutto davvero perfetto, da Oscar direi, dato che e' uno dei candidati.
Il richiamo del suo passato, arriva quando a causa di un’emergenza c’è bisogno di lui a casa e da quel momento Lee viene risucchiato nel suo vecchio mondo, che lo costringerà a confrontarsi con i suoi fantasmi, ed è qui che secondo me avviene la cosa più particolare in relazione allo sviluppo della storia e del personaggio, voglio dire, nella “maggior parte” dei casi, il classico protagonista affronta i suoi problemi e dopo mille avversità riesce a risorverli e superare ogni difficoltà, nel caso di Manchester by the sea, Lee ha una situazione un po’ differente, il suo personaggio è creato come una bomba a orologeria, che dall’inizio è ermetico, ma che man mano si apre un po’ fino a ti**re fuori i suoi veri sentimenti, e ad affrontare i suoi fantasmi, nella scena del confronto con Randy, Michelle Williams, ma a superarli? Beh non proprio, il finale non è cosi schietto, s’ intravede una piccola apertura, un leggero miglioramento, ma non un superamento dei suoi problemi.
Personalmente apprezzo molto questo tipo di approcci a un finale rispetto al classico "vissero tutti felici e contenti", quindi l’ho trovato molto ben concepito.
Per concludere, che dire, Manchester by the sea non mi ha fatto sobbalzare nella poltrona, mi ha emozionato abbastanza, soprattutto per l’ottima recitazione del protagonista, però non mi ha fatto letteralmente impazzire e non farò il tifo per lui nella gara a miglior film, detto ciò se vi è venuta curiosità andate a vederlo, non sprecherete un pomeriggio, questo sicuramente no.

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