15/06/2025
Fattasi l’ora di cena, lasciammo il tepore discreto della parrocchia e salutammo uno ad uno i nostri amici, con quella dolce malinconia che si avverte, quando qualcosa di familiare resta alle spalle, anche solo per qualche ora. Il cielo, nel frattempo, aveva abbassato la sua volta grigia a sfiorare i tetti, come se volesse avvolgere la città in un manto di ovatta. L’aria era densa di profumi umidi, tra foglie marce e legna bruciata in lontananza.
«Andiamo, amore?», le dissi e lei mi rispose con un sorriso che brillava più delle luci attorno.
Salimmo in sella alla mia Vespa - fedele destriero dei nostri giorni spensierati - e attraversammo le vie strette del centro storico, con il motore che rombava piano, come un basso continuo sotto la nostra sinfonia d’amore. I sampietrini, ancora bagnati dalla pioggia del pomeriggio, riflettevano i lampioni con un luccichio dorato, come piccole braci sparse lungo il nostro cammino. Ogni curva aveva il sapore dell’infanzia, ogni odore - di pane appena sfornato, di muffa nobile, di pioggia antica - sembrava raccontare una storia.
Parcheggiammo nella stradina dietro il ristorante. Lì il tempo sembrava fermo, come in un acquerello. Le viuzze medievali ci accolsero con il loro silenzio discreto, interrotto solo dai nostri passi, leggeri e complici. Camminare accanto a Licia, in quella cornice senza tempo, mi faceva sentire come dentro un sogno a occhi aperti, uno di quelli che non vuoi interrompere mai, nemmeno per raccontarlo.
Appena varcata la soglia del locale, il calore ci avvolse. La porta si richiuse alle nostre spalle con un suono pieno, come una carezza. Toto, il nostro amico di sempre, ci venne incontro con il suo sorriso rotondo, scolpito dalla farina e dagli anni di risate scambiate oltre il bancone.
«Ciao ragazzi! Che posso fare per voi? Cenate o portate via?», chiese con quella voce che sembrava arrivare da un padre o uno zio affettuoso.
«Ciao Toto, che bello vederti. Stasera restiamo. Un posticino dentro, se c’è», risposi, con quel tono che usi quando chiedi qualcosa a chi sai ti vuole bene.
Fece un cenno rapido a uno dei camerieri, uno dei suoi più fidati e subito ci fecero accomodare in un angolo tranquillo della sala. Era ancora presto e per un incanto raro, la stanza era tutta per noi. Le luci calde pendevano dai soffitti come piccoli soli domestici e la pietra viva dei muri sembrava respirare con noi. C’erano quadretti alle pareti, bottiglie esposte, odore di lievito e pomodoro e un silenzio morbido come una calda coperta di lana.
Ordinammo due pizze - una quattro stagioni per lei, la sua preferita, sempre molto farcita ed una Napoli per me, ricca di acciughe - che adoravo - il tutto accompagnato da una bottiglia di acqua frizzante, che faceva le bollicine nel bicchiere come se stesse applaudendo silenziosamente alla nostra serata. E quando arrivarono, roventi e profumate, sentii che nulla al mondo poteva essere più perfetto di quel momento.
Mangiammo lentamente, ma con gusto. I morsi si alternavano ai sorrisi, agli sguardi lunghi che dicevano più di mille parole. Non parlavamo, non ce n’era bisogno. C’erano le nostre mani vicine, i piedi che si toccavano sotto al tavolo, gli occhi che si perdevano e ritrovavano, come due foglie trasportate dallo stesso vento.
La pizza, come sempre, era un capolavoro. Ogni morso aveva il sapore di casa, di vita semplice, di cose fatte bene. L'origano sprigionava il suo profumo inebriante, il formaggio filava come un pensiero che non vuoi lasciar andare e il pomodoro aveva la dolcezza della verdura genuina.
Pagammo, ringraziammo, salutammo il titolare con l’intesa silenziosa di chi ha condiviso qualcosa di più di un pasto.
- Estratto del libro 'Jack e Licia'