26/05/2026
Sì, ieri ho bocciato.
E l’ho fatto per rispetto e responsabilità.
Per coerenza con quella visione che orienta ogni giorno il mio modo di intendere il visual design, il branding e la formazione.
Ieri ho valutato per la prima volta una parte degli studenti di Teorie e Tecniche di Branding e Communication Management, in qualità di assistente cultore della materia della cattedra del Prof. Michelangelo Iossa.
Era il primo appello dopo il corso.
Le aspettative erano alte, sì.
Ma dentro di me si muoveva anche un binario doppio: da un lato il me studente di qualche anno fa, con tutte le sue fragilità, le sue tensioni, le sue paure davanti a un esame; dall’altro il me professionista di oggi, che negli anni ha costruito un metodo, un pensiero, una direzione, e che ha avuto il dono di poterli trasmettere in aula.
Quelle lezioni sono state una fonte di chiarezza anche per me e hanno delineato, ancora di più, quanto l’attività di branding sia forte, coraggiosa, ambiziosa.
Ma soprattutto vera.
Quella verità ho provato a trasmetterla in ogni modo possibile: attraverso i pilastri del brand, l’esagono, l’iceberg, il rapporto tra identità, percezione e materia.
L’obiettivo, però, non era sentirmi ripetere le mie stesse parole.
Era capire se quelle parole fossero state attraversate, interiorizzate, rielaborate.
Portate dentro un pensiero personale.
Per questo ieri, oltre la conoscenza, ho cercato di capire quanto quel sapere avesse davvero arricchito chi avevo davanti.
Perché a ventidue anni può sembrare normale tentare un esame sperando che una domanda smuova qualche frammento di memoria.
Ma da chi sta dall’altra parte nasce anche il dovere di mettere in guardia da questo atteggiamento.
Non per esigere eccellenza contro gli altri, ma per chiedere e stimolare presenza verso se stessi.
Perché la mediocrità nel visual design e nel branding, per me, resta un confine da presidiare.
Sognare un mondo migliore significa anche costruirlo con le persone che intercettano il tuo cammino.
Significa dire no quando serve.
Non smentire quel sistema di credenze che fanno di un brand la leva portante.
E premiare quando quel sapere diventa davvero materia viva.
Come è accaduto con quegli studenti che, nella loro fluidità espositiva, hanno dimostrato di aver ascoltato, assorbito e trasformato.
Un 30, per me, vale davvero quando quel sapere non resta sulla cattedra, ma inizia a camminare, in modo autentico, dentro il percorso di chi lo porta con sé.
E allora sì, ieri ho bocciato la superficie, quando, proprio come nel branding, è necessario vivere la profondità.