12/09/2017
RAI, INTERNI CONTRO ESTERNI: UNA BATTAGLIA DI RETROGUARDIA
Leggo su Il fatto Quotidiano l’articolo di Giovanni Valentini “In Rai non va ancora in onda la trasparenza”, dove viene riportato che l’’Associazione Rai Bene Comune” ha fatto un esposto alla Procura di Roma e all’ Anac sull’utilizzo di circa 170 professionisti esterni (conduttori, registi, autori, registi, scenografi) impiegati al posto del personale interno. Sbalordisco e tento di non farmi ottenebrare dalle polemiche insidiose e fuorvianti sui guadagni di Fabio Fazio o di Bruno Vespa, artista sì-artista no, domandandomi perché tanta popolare indignazione sui loro compensi, totalmente ripagati dagli introiti pubblicitari, e quasi indifferenza sui megacompensi di tanti dirigenti di banche fallimentari, che hanno provocato miseria di massa e suicidi. La risposta è semplice: è più facile prendersela con chi ci mette la faccia, soprattutto in tv.
Per informarmi meglio sono andata sul sito dell'associazione che ha fatto l’esposto, evidentemente gestita da dipendenti intelligenti, che da un lato sono indignati, a mio avviso giustamente, a causa degli sprechi e della gestione degli appalti, spesso inutili, dato che molti programmi si potrebbero fare con risorse interne: anche secondo la mia modesta esperienza i tecnici bravi non mancano in azienda. D'altro canto di fronte all'incommensurabile costo annuale di stipendi (non oso pensare alle pensioni…) per 13mila dipendenti (la Rai ha il triplo dei giornalisti della Cnn), prendersela con 170 figure professionali, non mi sembra che possa centrare l’obiettivo di una Rai migliore ed economicamente gestibile.
Innanzi tutto perché non mi sembra che vi siano stati concorsi per conduttori o autori. In assenza di tali figure professionali all’interno è logico che vengano reperiti sul mercato.
In secondo luogo i conduttori degli show, per essere validi e attirare il pubblico dovrebbero essersi formati nei teatri, oggi anche sul web, non in un ufficio e aver passato la selezione naturale del contatto con il pubblico, non quella del dirigenti di più alto grado. Questi talenti artistici difficilmente partecipano ad un concorso per diventare dipendenti pubblici e con ogni probabilità se vi partecipassero non verrebbero selezionati. Infatti si chiamano "provini", non concorsi.
Immagino cii si riferisca esclusivamente ai conduttori-giornalisti, cioè a coloro che possono condurre un talk-show. Si auspica però che i palinsesti non vengano ulteriormente inzeppati di tale genere. Ne abbiamo abbastanza. I conduttori di infotaiment o di show invece devono avere caratteristiche come bell’aspetto, telegenia, capacità comunicative, di solito di pertinenza di artisti formati e selezionati sul campo, anche se nessuno nega che tali caratteristiche possano essere rintracciate in un programmista o in un funzionario interno. Del tutto casualmente, però. Certamente nessuno vieta all’azienda di provinare tutti i dipendenti per trovare il conduttore di uno show. Magari nascosto in qualche ufficio c’è un Corrado Guzzanti, un Crozza, un Fiorello, una Cortellesi, che pur sapendo recitare, imitare, cantare, hanno preferito una tranquilla e sicura carriera in Rai, al riparo dalle incertezze della professione d’artista e adesso, annoiandosi a morte, hanno deciso di cimentarsi davanti alla telecamera. Magari si rintraccia anche un cuoco stellato, nascosto in un magazzino, molto utile per condurre un programma culinario.
Passiamo agli autori. Sarebbe interessante fare un concorso per format tv fra i dipendenti e vedere se emerge qualche buona idea, sempre sapendo che le buone idee di autori italiani non vengono molto prese in considerazione, dato che vengono importati dall'estero centinaia e centinaia di format e ne vengono esportati forse una decina, tutti comunque ideati, scritti, condotti e realizzati da esterni. Quindi lo scoglio vero per autori e ideatori non sono gli “esterni italiani” (che vivono una condizione di precarietà agghiacciante), ma gli esterni “esteri”, i cui prodotti coprono gli scarsi spazi di palinsesto lasciati liberi dai talk. Chissà, magari nascosto in qualche meandro Rai c'è un team di autori in grado di ideare un game di livello internazionale o una serie come House of cards. Se ci siete battete un colpo! Anche l'autore è una professionalità precisa che si forma negli anni attraverso l'esperienza sul campo, non è un'etichetta sulla porta di un ufficio.
Sono stati effettivamente realizzati corsi di aggiornamento professionale per aspiranti autori, in gran parte interni, come quello del 2001, costoso e qualificatissimo, ma i circa 40 format ideati sono stati occultati però all’istante. Non si riesce a sbloccare e valorizzare il talento e la creatività degli interni per gli stessi motivi per cui non si valorizza quella degli esterni: per mancanza di volontà o di una politica editoriale degna di un servizio pubblico. Quindi la battaglia interni (per i quali almeno il posto di lavoro, lo stipendio e la pensione sono garantiti) vs “esterni”, è una battaglia di retroguardia che non centra l’obiettivo: ampliare gli spazi di espressione e innovazione del prodotto. Ci vogliono “capi pensanti”, personaggi del calibro intellettuale di Umberto Eco, Angelo Guglielmi o Camilleri, che andarono a coprire nel glorioso passato della Rai ruoli dirigenziali, con risultati eccellenti. Chi non ricorda la Raitre di Guglielmi, una rete innovativa, aperta alla collaborazione di innumerevoli talenti interni ed esterni?
Esistono poi registi e scenografi con una visione artistica e innovativa, che lavorano come liberi professionisti anche in altri campi, teatro, lirica, cinema, che potrebbero essere ingaggiati, perché potrebbero introdurre un elemento di innovazione in uno show e che difficilmente accetterebbero di rimanere confinati esclusivamente nell'ambito televisivo. Insomma tutto questo dibattito interni/ esterni Rai mi sembra come al solito un dibattito vecchio stampo, che nasconde il vero problema: c'è qualcosa in questa azienda che le impedisce di competere sul piano ideativo/ creativo sul piano internazionale. Nell'ambito della fiction è stato evidente che una maggiore libertà creativa ha permesso serie vendibili all'estero, almeno così parrebbe, come quelle prodotte con grande dispendio di mezzi da Sky, che fra l'altro di dipendenti ne ha pochissimi. A pensarci bene, tanto per fare un esempio eclatante, finchè X factor era in Rai non era quello show di altissimo livello che è diventato su Sky. Un motivo ci sarà. Ed è su questo che vi dovreste interrogare, cari “interni”, per il bene di tutti, spettatori compresi.