20/08/2026
Buongiorno.
In Florida è accaduto qualcosa che merita attenzione: Angie Nixon, deputata democratica dello Stato, nera, sindacalista e socialista democratica, ha vinto con il 56% le primarie democratiche per il Senato battendo Alex Vindman, candidato favorito dell’establishment.
Stando a quanto si legge, Vindman disponeva di una campagna da circa 16 milioni di dollari mentre Nixon ha raccolto meno di un milione.
Lui aveva notorietà nazionale, grandi finanziatori e consulenti. Lei sindacati, associazioni giovanili, comunità nere, militanti e migliaia di persone impegnate sul territorio.
Ha vinto chi aveva molti meno soldi e molta più organizzazione.
Ma soprattutto Nixon non ha cercato il consenso spostandosi verso il centro. Ha proposto un programma che diremmo di classe: sanità universale, salario minimo di 25 dollari, tassazione dei miliardari, diritto alla casa, congelamento degli affitti e una politica critica verso Israele.
È una vittoria della sinistra che si aggiunge ad altre.
Mamdani ha conquistato New York parlando di affitti, trasporti, asili e costo della vita. La sinistra democratica socialista ha ottenuto risultati positivi a Seattle, Washington, Philadelphia, Denver, Detroit, nel Michigan e nel Minnesota. Ci sono state anche sconfitte, naturalmente. Ma ormai è difficile liquidare tutto come una successione di episodi locali.
I Democratic Socialists of America erano meno di cinquemila nel 2015. Oggi sono circa 120 mila iscritti e sono in crescita.
Il socialismo negli Stati Uniti nasce innanzitutto come risposta ai bisogni della vita materiale di larghe masse di lavoratori, dí emarginati e di ceto medio.
Nasce una domanda semplice: com’è possibile che nel Paese più ricco del mondo chi lavora debba avere paura di ammalarsi, non riesca a pagare l’affitto, debba indebitarsi per studiare e lavori sempre di più per vivere sempre peggio?
La destra di Trump ha capito prima dei democratici tradizionali che nella società americana covava una rabbia enorme e ha indicato come responsabili gli immigrati, le minoranze, le élite culturali.
Questa nuova sinistra americana prova a indicarne altri: le grandi multinazionali, i monopoli, le assicurazioni sanitarie, le grandi corporation, i miliardari straricchi e una distribuzione della ricchezza sempre più scandalosa.
Ma c’è un’altra lezione.
La forza di questo movimento non sta soltanto nei candidati e nelle idee, ma anche nell’avere ricominciato a costruire un’organizzazione.
Il porta a porta, i sindacati, le associazioni degli inquilini, i volontari. La politica che torna a essere un impegno collettivo, discussione fra persone, invece di un messaggio elaborato da un consulente e trasmesso attraverso uno schermo o sui social.
Sanders ha restituito dignità alla parola socialismo. Mamdani e i DSA stanno provando a darle organizzazione.
Alexandria Ocasio-Cortez potrebbe dare una dimensione nazionale a questo straordinario fenomeno.
Nel 2028, infatti, avrebbe 39 anni e potrebbe tentare di contendere la candidatura presidenziale all’ala liberale del Partito Democratico.
Non sappiamo se accadrà e tantomeno se potrebbe vincere.
Ma è un’ipotesi che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi assurda e a cui oggi si sta pensando per ba***re la destra trumpiana. La domanda è: può una socialista democratica conquistare la candidatura del Partito Democratico e quindi la Casa Bianca?
Inevitabilmente, viene da guardare anche a casa nostra.
Il confronto, per la sinistra italiana, non è particolarmente confortante. Negli Stati Uniti, il Paese che aveva trasformato la parola “socialismo” in un’accusa, una nuova generazione torna a pronunciarla apertamente.
In Italia, il Paese che ha avuto una delle sinistre di tradizione socialista e sociale -PCI, PSI e sinistra DC con la dottrina sociale della Chiesa- più forti, popolari e organizzate dell’intero mondo occidentale, quasi nessuno osa più usare quelle parole per identificarsi.
Inoltre, là si fanno primarie vere, combattute, nelle quali si confrontano candidati su programmi e perfino si idee diverse di società.
Da noi le primarie, se si faranno, sembrano servire quasi esclusivamente a scegliere il leader nazionale. Per ritrovare una grande consultazione degli elettori sulla scelta dei candidati al parlamento bisogna tornare ormai a molti anni fa, all’esperienza promossa da Bersani, segretario del PD; era il 2012 per le elezioni del 2013.
Soprattutto resta spesso difficile capire quale sia il progetto della sinistra italiana per il Paese: quale politica per la pace, quale politica economica, quale idea del lavoro, e persino della sanità al di là di lodevoli intenzioni, ma anche della scuola, della transizione ecologica, e infine quale redistribuzione della ricchezza; in definitiva, quale modello di società.
È singolare. Abbiamo alle spalle una storia politica, sociale e culturale che non avrebbe paragoni quasi in nessun altro Paese occidentale e rischiamo di apparire oggi più timidi proprio nelle idee, nella capacità di proporre un progetto di cambiamento.
Non penso però che questa condizione sia destinata a durare.
Esistono energie, associazioni, movimenti, amministratori, giovani e lavoratori che cercano una politica più coraggiosa. Anche all’interno dei grandi partiti, come Pd e M5stelle, non mancano spinte positive e talvolta posizioni coraggiose; mentre AVS prova sempre più ad unire giuste posizioni di sinistra con obiettivi e proposte concrete di governo e politiche unitarie.
Forse si tratta proprio di ricominciare da dove la sinistra americana sembra avere ricominciato: idee chiare, partecipazione, organizzazione, conflitto democratico e fiducia nelle persone.
Io continuo a pensare che possa accadere anche in Italia, e forse prima di quanto immaginiamo, perché anche da noi esiste una domanda profonda di cambiamento che aspetta di incontrare idee forti, un programma, organizzazione e una sinistra capace di tornare ad avere fiducia in se stessa e nel proprio popolo. Una sinistra che sappia essere orgogliosa della propria storia senza rifugiarsi nella nostalgia, trovando proprio da quella il coraggio di immaginare qualcosa di nuovo.