13/03/2012
Quando Eric Schmidt guarda la società umana non vede oppressori e oppressi, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, fortunati e sfortunati, acculturati e ignoranti, ma soltanto connessi e disconnessi.
Nella visione del mondo del grande capo di Google, l’accesso alla rete è la linea di demarcazione fondamentale, il confine invisibile attorno al quale si combatte la battaglia per il futuro:da una parte c’è un mondo che considera la connettività un fatto assodato, quasi naturale; oltre la barriera c’è l’altro mondo, quello composto da centinaia di milioni di persone che attendono l’accesso alla rete con trepidazione religiosa: nel sistema di relazioni globali in tempo reale c’è la via dell’emancipazione culturale e sociale. Per molti la rete è ancora un miraggio, o un inaccessibile bene di lusso.
Nel discorso al congresso mondiale delle tecnologie mobili a Barcellona, Schmidt ha aggredito la sperequazione fra connessi e disconnessi, spiegando che «è necessario agire ora per evitare un sistema di castedigitali».
Se è vero che la rete è piuttosto grande già con due miliardi di persone connesse, sostiene Schmidt, immaginatevi che cosa vorrebbe dire in termini di trasmissione delle conoscenze e sviluppo dare accesso anche agli altri cinque miliardi di uomini che non ce l’hanno. «Spesso ci dimentichiamo di queste persone» ha detto il tenutario di un’azienda che ha cambiato il mondo per sempre.
Schmidt è l’ingegnere nato a Washington, educato a Princeton, Berkeley e Stanford che ha canalizzato le intuizioni dei fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, in un modello aziendale di successo. Non ha la stoffa dell’inventore, ma incarna un genio silenzioso che fiorisce nell’applicazione costante, metodica.
Si dice che nel colloquio che ha fatto Mountain View nel 2001, Page e Brin lo abbiano scelto perché era l’unico candidato a essere stato al Burning Man, leggendario festival underground nel deserto del Nevada. In realtà Schmidt aveva già ampiamente provato le sua qualità di ingegnere-manager nella Silicon Valley: dopo aver lavorato per Bell Labs, Zilog e Xerox, nel 1983 era approdato a Sun Microsystem come software manager, scalando l’organigramma fino a diventare vicepresidente del gruppo.
Nel 1997 è diventato amministratore delegato e chairman del produttore di software Novell, azienda che è stato costretto a lasciare quando è stata acquisita dalla Cambridge Tecnology Partners. Poi iniziò l’avventura con Google.
Nel giro di qualche mese è stato promosso Ceo, e tre anni più tardi l’azienda ha cambiato lo statuto per riflettere la leadership di fatto: Schmidt era parte del triumvirato di comando al pari dei due fondatori. Nel 2006 è stato nominato membro del board di Apple e nel 2011 ha lasciato la carica di amministratore delegato per rimanere soltanto chairman. A quel punto, però, Schmidt era già un personaggio universale, noto non soltanto per i successi di Google ma per le entrature politiche e i salotti frequentati sempre con un certo fare discreto.
Il suo nome era anche nella lista di Barack Obama per la nomina a segretario del Commercio: forse però il presidente si sarebbe giovato di più di un suo appoggio esterno, e così Schmidt è rimasto formalmente fuori, ma in realtà assai inserito, dal giro politico di Washington.
Oggi è membro di decine di associazioni, chairman del think tank New America Foundation, fondatore dell’associazione dedicata alla sua famiglia che si occupa di sostenibilità ambientale, nonché il 136° uomo più ricco del mondo. E non è affatto nella parte discendente della parabola.
In questo momento gran parte dell’attenzione di Schmidt è rivolta al mercato dei dispositivi mobili, quelli che in un’altra epoca si chiamavano telefoni cellulari. A Barcellona ha spiegato che «la rivoluzione degli smartphone sarà universale. Fra 12 anni, secondo la Legge di Moore, i telefoni che oggi costano 400 dollari ne costeranno 20 e se Google fa la cosa giusta, Android finirà in ogni taschino».
Gli smartphone non avranno più le batterie costose e inadeguate di oggi, ma funzioneranno con l’energia pulita, gratuita e rinnovabile del sole, e magari salveranno vite umane: «Immaginate un telefonino con informazioni di diagnostica precaricate, scattate una foto, e saprete dove il trattamento medico adeguato è disponibile. Magari vi indirizzerà perfino dallo specialista».
Nella personalità di Schmidt, uomo da 6,3 miliardi di dollari, la tensione verso l’innovazione tecnologica e l’idea, assai umana, di massimizzare il profitto del colosso di Mountain View convivono con una visione del mondo quasi religiosa nella quale dio si è fatto dato. Il dato porta luce nelle tenebre dell’ignoranza, genera sviluppo intellettuale ed economico, è la moneta corrente in quell’enorme sistema di scambi che è la rete.
In qualità di sacerdote, Schmidt conosce così bene le sue pecorelle che qualcuno, da qualche tempo a questa parte, ha preso a guardarlo con sospetto. E persino a odiare i modi felpati con i quali penetra nelle vite degli altri.
È qui che il mondo dei connessi si divide: per alcuni è un messia della provvidenza; per altri è un orwelliano gendarme che tutto scruta e controlla. Lui stesso una volta ha preconizzato un futuro che ora non sembra affatto assurdo: «Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo sapere più o meno a cosa state pensando».
Google conosce i tuoi gusti, le tue passioni, sa di cosa ti occupi, quali contenuti comunichi e a chi sono indirizzati i tuoi input; nelle parole che gli utenti immettono in quella feritoia sulla pagina bianca più famosa del mondo, e in tutte le piattaforme controllate, passano miliardi di vite che nelle mani di Google diventano altrettanti dossier.
Da entusiasta partecipe dell’evoluzione verso un mondo migliore, l’uomo rischia di essere ridotto a obiettivo di marketing, soggetto manovrato che mentre si informa preoccupato sulle brutalità di Bashar al Assad in Siria acquista prodotti che Google ha accuratamente selezionato per lui. Un meccanismo che dal punto di vista della privacy pone interrogativi enormi.
Il protocollo entrato in vigore all’inizio di marzo con il quale Google ha unificato i precedenti regolamenti sul trattamento dei dati ha scatenato il dibattito sulla privacy in rete e mosso azioni legali. L’autorità di controllo della privacy francese ha chiesto di bloccare l’attuazione del regolamento, che permette a Google di condividere i dati su tutte le piattaforme nella galassia di Mountain View (per esempio: le azioni su YouTube si riflettono su Google+ e così via); il commissario europeo per la Giustizia, Viviane Reding, ha spiegato che il nuovo assetto del motore di ricerca viola le normative europee.
In America, Google ha tirato un sospiro di sollievo quando la Casa Bianca ha pubblicato le linee guida sulla tracciabilità dei dati in rete: nel testo non si trovano obiezioni sostanziali al metodo che l’azienda usa come perno per il suo marketing personalizzato. Il dibattito in punta di diritto conduce a una domanda ulteriore: chi è davvero Eric Schmidt? Un geniale visionario o l’amministratore di un grande fratello che tutto controlla e scruta sotto la falsa insegna della trasparenza? Entrambe le cose, probabilmente.
Schmidt è innanzitutto un manager, un semplificatore che ha saputo costruire un impero attorno a un’intuizione. Poi, dettaglio non secondario, è uomo di mondo, ben connesso in quell’élite dove le decisioni non si prendono se non nel contesto di una certa collegialità. Dal Club Bilderberg all’Amministrazione Obama (il businessman contribuisce lautamente alla causa obamiana e il governo in cambio evita accuratamente di dare dispiaceri a Google) Schmidt ha saputo creare e difendere la reputazione dell’inattaccabile innovatore, leader creativo che coltiva sì i propri affari ma sempre tingendoli con una vernice umanitaria al di sopra di ogni sospetto.
Questo è l’autore di discorsi emotivamente coinvolgenti e ispirati al bene della collettività e della connettività; ma dietro a questo c’è anche lo Schmidt rapace, l’instancabile monetizzatore di dati altrui che con fare compassato spinge più in là, centimetro dopo centimetro, i limiti della privacy e ai suoi critici risponde con infinite variazioni sulla massima di Google: «Don’t be evil».
redazione kuik
Lunedì 12 Marzo 2012