Kuik

Kuik KUIK è una società di consulenza informatica Questo è il modo di lavorare in cui crede KUIK.

Soprattutto KUIK è una squadra di persone che, prima, hanno lavorato in grandi agenzie, per clienti nazionali e internazionali. Si sono occupati di progettazione e realizzazione di sistemi informativi, di networking e di security proponendo l’integrazione delle migliori tecnologie presenti sul mercato dopo averle selezionate e testate. Poi hanno deciso di fare la stessa cosa, cioè consigliare la m

iglior soluzione ai problemi informatici, ma con una struttura molto più agile perchè pensano ancora che il loro sia un bellissimo mestiere. Ma ora c’è bisogno di essere più veloci, più semplici, più KUIK per perdere meno tempo e fare più cose introducendo semplicità e spostando la soluzione sul prodotto e non sulla persona.

20/08/2012

Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno la più intelligente. Sopravvive la specie più predisposta al cambiamento

20/08/2012
Anche google crede in kuik
30/07/2012

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30/07/2012
10/04/2012

Videointervista – Con Eva D’Onofrio, vice president global technology services di Ibm Italia, analizziamo quali sono i modelli di adozione del cloud. Il ruolo dei business partner strategico per convincere i clienti. Perché la domanda del mercatro sul cloud c’è ma va aiutata

10/04/2012

di Michele Amoretti Negli ultimi trent’anni le aziende hanno imparato a migliorare il rapporto costi/prestazioni ricorrendo all’outsourcing per gli elementi non essenziali della propria infrastruttura informatica. In questA tendenza bisognerebbe inserire anche il cloud computing Se analizziamo l’evo...

10/04/2012
13/03/2012

Quando Eric Schmidt guarda la società umana non vede oppressori e oppressi, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, fortunati e sfortunati, acculturati e ignoranti, ma soltanto connessi e disconnessi.

Nella visione del mondo del grande capo di Google, l’accesso alla rete è la linea di demarcazione fondamentale, il confine invisibile attorno al quale si combatte la battaglia per il futuro:da una parte c’è un mondo che considera la connettività un fatto assodato, quasi naturale; oltre la barriera c’è l’altro mondo, quello composto da centinaia di milioni di persone che attendono l’accesso alla rete con trepidazione religiosa: nel sistema di relazioni globali in tempo reale c’è la via dell’emancipazione culturale e sociale. Per molti la rete è ancora un miraggio, o un inaccessibile bene di lusso.

Nel discorso al congresso mondiale delle tecnologie mobili a Barcellona, Schmidt ha aggredito la sperequazione fra connessi e disconnessi, spiegando che «è necessario agire ora per evitare un sistema di castedigitali».

Se è vero che la rete è piuttosto grande già con due miliardi di persone connesse, sostiene Schmidt, immaginatevi che cosa vorrebbe dire in termini di trasmissione delle conoscenze e sviluppo dare accesso anche agli altri cinque miliardi di uomini che non ce l’hanno. «Spesso ci dimentichiamo di queste persone» ha detto il tenutario di un’azienda che ha cambiato il mondo per sempre.

Schmidt è l’ingegnere nato a Washington, educato a Princeton, Berkeley e Stanford che ha canalizzato le intuizioni dei fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, in un modello aziendale di successo. Non ha la stoffa dell’inventore, ma incarna un genio silenzioso che fiorisce nell’applicazione costante, metodica.

Si dice che nel colloquio che ha fatto Mountain View nel 2001, Page e Brin lo abbiano scelto perché era l’unico candidato a essere stato al Burning Man, leggendario festival underground nel deserto del Nevada. In realtà Schmidt aveva già ampiamente provato le sua qualità di ingegnere-manager nella Silicon Valley: dopo aver lavorato per Bell Labs, Zilog e Xerox, nel 1983 era approdato a Sun Microsystem come software manager, scalando l’organigramma fino a diventare vicepresidente del gruppo.

Nel 1997 è diventato amministratore delegato e chairman del produttore di software Novell, azienda che è stato costretto a lasciare quando è stata acquisita dalla Cambridge Tecnology Partners. Poi iniziò l’avventura con Google.

Nel giro di qualche mese è stato promosso Ceo, e tre anni più tardi l’azienda ha cambiato lo statuto per riflettere la leadership di fatto: Schmidt era parte del triumvirato di comando al pari dei due fondatori. Nel 2006 è stato nominato membro del board di Apple e nel 2011 ha lasciato la carica di amministratore delegato per rimanere soltanto chairman. A quel punto, però, Schmidt era già un personaggio universale, noto non soltanto per i successi di Google ma per le entrature politiche e i salotti frequentati sempre con un certo fare discreto.

Il suo nome era anche nella lista di Barack Obama per la nomina a segretario del Commercio: forse però il presidente si sarebbe giovato di più di un suo appoggio esterno, e così Schmidt è rimasto formalmente fuori, ma in realtà assai inserito, dal giro politico di Washington.

Oggi è membro di decine di associazioni, chairman del think tank New America Foundation, fondatore dell’associazione dedicata alla sua famiglia che si occupa di sostenibilità ambientale, nonché il 136° uomo più ricco del mondo. E non è affatto nella parte discendente della parabola.

In questo momento gran parte dell’attenzione di Schmidt è rivolta al mercato dei dispositivi mobili, quelli che in un’altra epoca si chiamavano telefoni cellulari. A Barcellona ha spiegato che «la rivoluzione degli smartphone sarà universale. Fra 12 anni, secondo la Legge di Moore, i telefoni che oggi costano 400 dollari ne costeranno 20 e se Google fa la cosa giusta, Android finirà in ogni taschino».

Gli smartphone non avranno più le batterie costose e inadeguate di oggi, ma funzioneranno con l’energia pulita, gratuita e rinnovabile del sole, e magari salveranno vite umane: «Immaginate un telefonino con informazioni di diagnostica precaricate, scattate una foto, e saprete dove il trattamento medico adeguato è disponibile. Magari vi indirizzerà perfino dallo specialista».

Nella personalità di Schmidt, uomo da 6,3 miliardi di dollari, la tensione verso l’innovazione tecnologica e l’idea, assai umana, di massimizzare il profitto del colosso di Mountain View convivono con una visione del mondo quasi religiosa nella quale dio si è fatto dato. Il dato porta luce nelle tenebre dell’ignoranza, genera sviluppo intellettuale ed economico, è la moneta corrente in quell’enorme sistema di scambi che è la rete.

In qualità di sacerdote, Schmidt conosce così bene le sue pecorelle che qualcuno, da qualche tempo a questa parte, ha preso a guardarlo con sospetto. E persino a odiare i modi felpati con i quali penetra nelle vite degli altri.

È qui che il mondo dei connessi si divide: per alcuni è un messia della provvidenza; per altri è un orwelliano gendarme che tutto scruta e controlla. Lui stesso una volta ha preconizzato un futuro che ora non sembra affatto assurdo: «Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo sapere più o meno a cosa state pensando».

Google conosce i tuoi gusti, le tue passioni, sa di cosa ti occupi, quali contenuti comunichi e a chi sono indirizzati i tuoi input; nelle parole che gli utenti immettono in quella feritoia sulla pagina bianca più famosa del mondo, e in tutte le piattaforme controllate, passano miliardi di vite che nelle mani di Google diventano altrettanti dossier.

Da entusiasta partecipe dell’evoluzione verso un mondo migliore, l’uomo rischia di essere ridotto a obiettivo di marketing, soggetto manovrato che mentre si informa preoccupato sulle brutalità di Bashar al Assad in Siria acquista prodotti che Google ha accuratamente selezionato per lui. Un meccanismo che dal punto di vista della privacy pone interrogativi enormi.

Il protocollo entrato in vigore all’inizio di marzo con il quale Google ha unificato i precedenti regolamenti sul trattamento dei dati ha scatenato il dibattito sulla privacy in rete e mosso azioni legali. L’autorità di controllo della privacy francese ha chiesto di bloccare l’attuazione del regolamento, che permette a Google di condividere i dati su tutte le piattaforme nella galassia di Mountain View (per esempio: le azioni su YouTube si riflettono su Google+ e così via); il commissario europeo per la Giustizia, Viviane Reding, ha spiegato che il nuovo assetto del motore di ricerca viola le normative europee.

In America, Google ha tirato un sospiro di sollievo quando la Casa Bianca ha pubblicato le linee guida sulla tracciabilità dei dati in rete: nel testo non si trovano obiezioni sostanziali al metodo che l’azienda usa come perno per il suo marketing personalizzato. Il dibattito in punta di diritto conduce a una domanda ulteriore: chi è davvero Eric Schmidt? Un geniale visionario o l’amministratore di un grande fratello che tutto controlla e scruta sotto la falsa insegna della trasparenza? Entrambe le cose, probabilmente.

Schmidt è innanzitutto un manager, un semplificatore che ha saputo costruire un impero attorno a un’intuizione. Poi, dettaglio non secondario, è uomo di mondo, ben connesso in quell’élite dove le decisioni non si prendono se non nel contesto di una certa collegialità. Dal Club Bilderberg all’Amministrazione Obama (il businessman contribuisce lautamente alla causa obamiana e il governo in cambio evita accuratamente di dare dispiaceri a Google) Schmidt ha saputo creare e difendere la reputazione dell’inattaccabile innovatore, leader creativo che coltiva sì i propri affari ma sempre tingendoli con una vernice umanitaria al di sopra di ogni sospetto.

Questo è l’autore di discorsi emotivamente coinvolgenti e ispirati al bene della collettività e della connettività; ma dietro a questo c’è anche lo Schmidt rapace, l’instancabile monetizzatore di dati altrui che con fare compassato spinge più in là, centimetro dopo centimetro, i limiti della privacy e ai suoi critici risponde con infinite variazioni sulla massima di Google: «Don’t be evil».

redazione kuik
Lunedì 12 Marzo 2012

11/03/2012

Google Chrome al Pwn2Own: la Prima Falla Dopo 5 Minuti

Google Sfida gli Hacker, gli Hacker rispondono. Una decina di giorni fa Google aveva lanciato una succosissima sfida agli hacker presenti alla competizione annuale di Pwn2Own stanziando fino ad un milione di dollari per chi fosse riuscito a trovare una falla nel browser e violarlo. Fresca Fresca di giornata la notizia, diffusa da electronista, che Google Chrome è caduto in 5 minuti!

La società di Mountain View aveva messo le mani avanti dicendo che, anche se le cose fossero andate male, sarebbe stato un ottimo risultato per l’azienda perchè in nessun altro modo avrebbe avuto un tale team di esperti a verificare la sicurezza del suo browser, capirne i punti deboli per poi riuscire a sistemarli rendendolo più forte e sicuro. Nonostante queste premesse, possiamo dire che Big G, forte forse anche dei risultati decisamente positivi ottenuti nelle edizioni precedenti, non si aspettava di certo un risultato così schiacciante e, diciamocelo, un pò umiliante.
Il team che è riuscito nell’impresa, dopo solamente 5 minuti dall’inizio del contest, è il Team Vupen che dovrebbe aggiudicarsi ben 60 mila dollari (forse di più in quanto sembra proprio che il team, nelle ore successive, fosse stato in grado di trovare altri due punti vulnerabili) del milione stanziato, e questo vuol dire che il team sarebbe riuscito a violare la Sicurezza di Google Chrome senza usare trucchi esterni ma sfruttando solamente delle debolezze e dei bug interni. Auch… questo si deve fare veramente male!

Evidentemente il sistema di sandboxing, dove si suppone che ogni violazione in una scheda del browser debba essere preventivamente bloccata per impedirle di compromettere tutto, non si è dimostrato abbastanza efficiente. Le specifiche del buco che sono riusciti a creare non sono ancora state rese note, ma il team in ogni caso, per accaparrarsi la discreta sommetta, dovrà fornire alla società un report completo con tutti i dettagli grazie ai quali sono riusciti a violare il muro di sicurezza di Chrome, altrimenti non vedranno il becco di un quattrino.

Voi accettereste i soldi o lascereste i tecnici di Chrome a brancolare nel buio?

11/03/2012

Pwn2Own 2012: Anche Internet Explorer Cade
Quando Google ha stanziato 1 milione di dollari sfidando gli hacker presenti al Pwn2Own a trovare una o più falle nel suo e negli altri browser nessuno si aspettava che ci sarebbero riusciti in 5 minuti e probabilmente le prime risatine di scherno saranno arrivate da casa Microsoft, ma il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi o, quanto meno, chi ride bene ride ultimo o ancora… insomma, c’è poco da ridere perchè, Chrome Cade al Pwn2Own, ma anche IE è caduto miseramente in ginocchio. Un team di ricercatori francesi, lo stesso team Vupen che ha castigato Chrome, sfruttando due differenti bug sono riusciti a penetrare ed uscire dalla sandbox la modalità protetta del browser.
Pwn2Own 2012: Anche Internet Explorer Cade

L’obiettivo dichiarato dal gruppo Vupen, riguardo alla sua partecipazione al Pwn2Own, voleva essere quello di dimostrare che un hacker che sa il fatto suo e si dedica davvero a questa attività può bypassare tutte le protezioni di sicurezza, anche sui sistemi operativi molto recenti. Sembra proprio che l’obiettivo sia stato raggiunto e alla grande, il gruppo di hacker è riuscito a bucare in due diversi modi IE9 su un dispositivo che, in teoria, era stato messo in sicurezza al 110% grazie alla piattaforma Windows 7 SP1 con tutte le patch installate, ma questo non è stato sufficiente a fermare gli agguerriti francesi.

Le due vulnerabilità trovate, stando alle stesse parole del co-fondatore del team di hacker, Chaouki Bekrar, riguarderebbero un bug nell’heap overflow e uno della gestione della memoria. La cosa incredibile è che IE9 le ha direttamente ereditate addirittura da una vecchia conoscenza come Internet Explorer 6 e, dopo i testi, sono state trovate funzionanti anche per Internet Explorer v10, il browser in esecuzione su Windows 8.

Il team Vupen è giù a buon punto delle competizione, abbattuti Chrome e IE, dovrebbe vincere a mani basse o comunque aggiudicarsi un più che discreto gruzzoletto, tanto che può permettersi persino il lusso di fare il difficile e rivelare solamente uno dei due procedimenti attraverso i quali è stato possibile bucare il browser si casa Microsoft, troppo facile trovare la pappa pronta.

06/03/2012

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